Tra-slò-co

Quante volte, negli ultimi 5 anni, ho ripetuto questa parola. Volta per volta, diventa sempre più difficile da pronunciare. Il suono si incatena nella “s” e non riesce a smuoversi nè ad oltrepassare l’altezza arcuata della “l” che prepara, poi ad una discesa verso l’oblìo di un’ansia gelida non indifferente.

Cambiare casa non significa semplicemente spostare la roba da una parte ad un’altra. NO.

Ogni volta che si visita un nuovo appartamento ci si sente estranei e si pensa a chi abbia vissuto precedentemente lì. Dunque, dapprima lo spazio non è il tuo e tu sei l’estraneo. Man mano, arricchendo, vivendo e coltivando esperienze e sensazioni circoscritte nell’ambiente, il posto diventa sempre meno ostile e più familiare. Poco prima che stai per andar via si riesce anche a dire casa mia.

Peccato. Quando si raggiunge l’intimità negli spazi più angusti della casa, è proprio giunta l’ora di andar via.

C’è il peggio, però. Si creano abitudini sia in azioni che in visi scanditi in ore differenti della giornata, possibili conversazioni e/o inevitabili discussioni di routine che poi, probabilmente, nel fastidio generale andranno a riprodurre una piccola percentuale di malinconia strappa sorrisi.

Gli effetti collaterali delle abitudini – soprattutto di quelle buone – comportano malesseri lancinanti una volta finite.

Si conoscono persone, si arriva a confidarsi per poi dirsi addio o arrivederci (quando e se ce ne sarà l’occasione). Lacrime versate o risonanti risate sono state assorbite e chissà se arriveranno mai in forma di vibrazioni al prossimo che dormirà nel mio letto o che ordinerà i vestiti nell’armadio (chissà se sarà abbastanza alto da non dover fare acrobazie per prenderli e riposizionarli in un tempo accettabile).                                                                       Chissà se il prossimo sentirà il bisogno di cambiare frequentemente disposizione dei complementi d’arredo per combattere l’energia negativa che potrebbe accumularsi sul soffitto spesso buio ed ostile in notti insonni. Lo spiraglio di luce che l’edificio di fronte emana a tutte le ore e penetra prepotente ed imponente oltrepassando la mia finestra senza infissi e con una tenda così poco d’aiuto, sicuramente terrà compagnia il prossimo. Lo accarezzerà, augurando lui la buona notte, vegliando sul suo sonno,  facendo strada durante il bisogno notturno di un bicchiere d’acqua fresca e, arrivando in punta di piedi un nuovo giorno, darebbe il cambio ai raggi del sole che, con brìo, augureranno un buon giorno anche quando sarà una pessima giornata.

Non si fa in tempo ad abituarsi, accontentarsi, trovare un giusto equilibrio che… bisogna ricominciare da capo.

Per me, trasloco vuol dire avere l’abitudine di adeguarsi ai cambiamenti più in fretta possibile.

 

Ultima volta che scrivo da qui.

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