Allarme bomba, nella mente

“Meglio lardo e fagioli in pace che dolci e marmellata nell’angoscia” scriveva Esopo a proposito dei due cugini topolini, uno di campagna e l’altro di città.

Ecco, quasi come mi sento io a Milano. Mi piace, per certi versi, avere lo spirito nomade che decide di ondivagare di posto in posto (anche di porto) per alleggerirsi da ansie e paranoie e per consentirmi di trovare e di provare, anche solo per brevi periodi, la sensazione di benessere e l’attrazione per il nuovo che, suscitando curiosità, produce stimoli positivi da investire in interessi, relazioni e studio. Tuttavia, un pensiero quotidiano vola verso le proprie radici e ci si immagina in uno dei posti preferiti passati a respirare quella solitudine impegnata, piena, forse così densa da traboccare ed inondare tutto il corpo così da scuoterlo fino a farlo rigenerare. Immagino di essere su una spiaggia, proprio quella, la mia preferita e non una qualsiasi, quando i lidi chiudono i battenti e gli ombrelloni e le sdraio sembrano essere stati risucchiati dalla sabbia perché stanca di sopportare quei pesi esteticamente ostili ed estranei al posto e disordinatamente disposti. Anzi, non disposti per niente. La geometria non è per tutti. Tuttavia, è facile talvolta affidarsi alla linea dell’orizzonte. E’ così perfetta  che, a furia di guardarla, mi ci perdo e sparisco anche io, lasciando sulla sabbia l’orma dei miei piedi e del mio sedere.

Tutto questo per dire che non è stato molto entusiasmante ritornare a Milano. Gli uccellini e le cicale hanno preso il posto del tram 10 che, senza tregua, si accoppia con le rotaie in modo cruento e stridulo. I tramonti tra i monti sono stati sostituiti da cieli fluorescenti tra grattacieli che più alti non si può (unità di misura: la mia altezza). La mia casa immersa nel verde, nel pulito e in quell’amore incondizionato della mia famiglia non c’è più perché sarebbe stato impossibile rimpicciolirla così tanto da farla entrare in una stanza di un appartamento di studenti. Il trauma peggiore è stato spostarmi in metro. Ho vissuto una sensazione bruttissima che mi ha lasciata di stucco, così tanto che immaginavo che il panico represso non sarebbe riuscito a contenermi il cuore nella gabbia toracica. Il rumore assordante della velocità che sibila tra finestrini socchiusi, accresciuto da tonfi metallici con un retro-suono di gesso sulla lavagna, ovattava le voci, i racconti e lamenti dei passeggeri ma… un suono melodico di un’armonica che sembrava sempre di più avvicinarsi a me si aggirava tra i vagoni con sfacciataggine, vanità e imponenza. Le note mi rimandavano a motivetti francesi e, con una gestazione d’ansia che a breve giungerà a maturità per via del mio prossimo viaggio a Parigi, ho pensato che era giunto il momento, quell’assurda idea di saltare in aria per via di una bomba. Quel momento che mi viene sempre in sogno, non per desiderio ma per rassegnazione verso una vulnerabile verità che mi sussurra abbracciandomi “può succedere qualsiasi cosa, dovunque tu sia e tu non potrai fare niente”. La paura di saltare in aria mi sta facendo perdere il controllo.

Ho vissuto un’assurda sensazione. Un po’ come quando si avverte un rumore di una macchina che frena improvvisamente e poi si aspetta con timore un boato che ti accerta che sia appena avvenuto un incidente.

 

 

 

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